Alessio Vaccari

Pittore

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La critica

Cartografo del cuore

di Franco Basile

I sogni si annidano nei ritagli del tempo, la solitudine procede a bassa velocità come tutte le cose che seguono i ritmi dell’indefinito. Questa l’impressione che si ha scorrendo le grafie di Alessio Vaccari, cartografo del cuore, pittore dalla leggerezza cromatica che si spinge fin verso tessiture rarefatte, oltre l’esperienza sensibile del contingente, tra silenzio e natura. Vaccari ha stabilito un rapporto confidenziale con il tour operator dei trasporti onirici, gli basta poco per incamminarsi in spazi personalizzati, mettersi in moto e raggiungere territori dove la magia delle attese nello spazio è conchiusa in gabbie vuote, o al di là di un arenile dove alberi e prati, nelle loro incidenze luministiche, gli fanno riscoprire il sentimento delle cose.

E’ giovane l’artista livornese, eppure munito di un bagaglio consistente, con esperienze custodite in un trolley ricoperto di puntolini come un mosaico di listelli e colori, tra simbolo e messaggio, tra esperienza e artificio. Interprete di garbo, non sentenzioso, nel suo esercizio par di notare l’evocazione di un’intima quotidianità tradotta in modo svanente e pacato, senza eccessi di pittoricismo. Soffuse incidenze cromatiche, timbri rosati e perlacei, evocazioni del vivere trascritte punto dopo punto, rappresentazioni sospese in un vuoto dove milioni di granuli fanno propria una pianta di genziana, rivestono un filo d‘erba, seguono l’oscillare di un ramo spezzato da un colpo di vento.

Certe storie fanno parte dell’illusione. All’agenzia dei trasporti del fantastico Alessio  occupa un posto fisso, non ha bisogno di fare la coda per staccare il biglietto di un viaggio generalmente inventato Più che altro, sono domestiche incursioni le sue, il mondo è lì, a due passi. Dice che gli basta affacciarsi alla finestra per inquadrare quello che vuole, che in fondo finisce per trovare anche tenendo gli occhi chiusi. Per un censimento della popolazione sognante non ha bisogno di strumenti elettronici, superdigitali o roba del genere. Gli bastano gli strumenti  che ha, che custodisce in un angolo riparato da mattoni sbrecciati. Una specie di fortino dove ha messo al sicuro una la radio che trasmette solo i suoni dell’immaginazione, e poi gabbie da cui evadono uccelletti per il semplice motivo che sono generalmente aperte, quindi visioni di specchi d’acqua lievemente increspati sui quali i gabbiani compiono acrobatiche giravolte.   

Molto appartiene al ricordo. Vaccari ripassa il proprio tempo, lo fa, si direbbe, controvoglia, sebbene è in questo ripasso che finisce per ritrovarsi, per sentirsi signore di un regno fatto di illusioni, padrone di decidere se lasciare aperta o no una gabbia, se concedere a un gabbiano il trasferimento da un faro all’albero di una nave, se permettere a una rondine di ospitare sotto la grondaia dove ha il nido un uccelletto, uno di quelli che hanno trovato le sbarre aperte, ma che non sanno dove andare. 

Che cosa c’è di più vero e palpitante dell’irreale, sembra ricordare Vaccari ripercorrendo i dogmi di Breton o immaginando una nuova realtà nel pointillisme di Seurat. L’artista toscano corre sulla strada della memoria, fantastica e pensa a esseri incapaci di vivere i sogni, mentre lui riesce a trovarsi dentro di essi, attratto da ciò che non c’è, ma che è nella propria mente, o che l’immaginazione gli fa vedere. Ci sono momenti in cui un vuoto si allarga a dismisura, ma non ha importanza, i sogni, si diceva, si annidano negli interstizi della vita, o possono manifestarsi come una ruga staccata dalla superficie della sera. Quelli di Vaccari sono impulsi dell’animo registrati dal pennino di un’ansia appena repressa. Viaggi ragistrati in un’anarchica tabella che pare tener conto solo di ciò che non appare.

 

Le gabbie, ormai, non hanno prigionieri, al massimo vi svolazzano attorno passeri, merli, pettirossi e cinciallegre, pennuti autoreclusi secondo un lockdown interessato. Un ritorno alla quarantena, dunque, un esilio voluto in luoghi dove c’è sempre qualche briciola dimenticata, o messa in una ciotola apposta per loro. Stanze familiari, popolazioni alate, ma anche oggetti qua e là, e sgabelli, libri, marionette che pendono da un tavolo o da una scrivania. Segni e ricordi si intrecciano nella successione delle giornate, una pioggia di granuli dai toni smorzati si distende mentre il pittore prende contatto con un mondo che solo lui conosce. Lo fa infilando una spina nella presa di una radio che trasmette solo i suoni dell’illusione, assieme ai rumori di un sogno impossibile, seppure vero nel suo svolgimento fantastico.  

Di Daverio

Vi è una prassi molto particolare che consiste nel dipingere cose minime per raggiungere intensità massime. E’ questo il modo operativo di Alessio Vaccari. Il meccanismo psichico di per sé potrebbe apparire assai elementare: prendere un oggetto della vita quotidiana, isolarlo come se fosse sotto l’occhio attento d’ un osservatore da laboratorio, interrogarne il significato, definirne ciò che i filosofi tedeschi chiamano la Gestalt, l’identità percepita, e infine restituirne l’ anima con una pittura attenta e precisa. E’ un lavorio che richiede una concentrazione mentale portata alle sue estreme conseguenze. 

Il lavoro è in questo caso principalmente psicologico, dove la sospensione è la pratica necessaria per la presa di coscienza, per ciò che i teorici chiamavano l’ Erlebnis, la sperimentazione fatta dal vivere un’ esperienza. Gli oggetti hanno infatti una loro misteriosa immanenza ed è proprio questa che Vaccari cerca di penetrare. Ma per fortuna non la restituisce poi nei suoi dipinti con un intento scientifico, la ripropone con il mistero della poesia. 

La sua è una strada curiosamente italiana, nella quale fu preceduto dalla complessa personalità di Gianfranco Ferroni, forse il primo che abbandonò la strada estetica e concettuale di Morandi per affrontare un percorso analogo ma sostanzialmente esistenziale. Era toscano Ferroni e lasciò un’ impronta  sua su quegli artisti dalle parti di Viareggio che andarono a formare la corrente della “metacosa”, da Bernardino Luino a Giuseppe Bartolini e al particolarissimo Sandro Luporini che cantava le spiagge vuote dell’ inverno mentre scriveva i testi delle canzoni di Giorgio Gaber. Certo è che per loro l’attenzione rinascimentale per il disegno, quella che li distingueva sin dall’ alba della modernità dai veneti, dai bolognesi e dai romani, continuava ad essere un obbligo linguistico quasi etico. Forse fu colpa della luce tersa e dei tramonti sul mare tirreno se la loro visione si formava nitida come quella degli uomini del Quattrocento. Forse era invece una reazione toscana alla troppa materia degli altri se loro avevano ritrovato la passione per il pennello fine e per la pittura distesa con attenzione quasi maniacale. 

Certo è che Alessio Vaccari ha intrapreso con determinazione un percorso che proprio da quelle premesse iniziava. La ricerca della poesia come ultima istanza del dipingere appare oggi nitida e quasi ermetica. Torna in mente la scrittura quintessenziale d’ un lucchese nato per i capricci della storia sua ad Alessandria d’ Egitto, Giuseppe Ungaretti. Si declina assai facilmente Ungaretti con l’altro poeta tirreno, Eugenio Montale, per il quale gli ossi di seppia avevano la medesima magia che per Vaccari può avere un barattolo su un tavolo solitario di legno. Il concetto antico di natura silente ritrovava così un diritto e uno spazio linguistico nel caos della modernità.

Vi è in questo dipingere d’ un Vaccari solitario e attento un elemento che traspare immediatamente, ed è quello della costante introspezione. L’ oggetto guardato, descritto, plasmato è in verità, come per la Gestalt, un Gegenstand, un elemento che la personalità tange, anzi contro il quale la personalità tange. In quanto qui il percorso visivo non è affatto meramente descrittivo, o meglio ancora proiettivo. L’ immagine si forma per riflesso, come fosse speculare nella coscienza. E questa specularità si fa speculazione riflessiva al punto che sembra avere una conseguenza ineluttabile nei ritratti e negli autoritratti. E’ lei, la presenza femminile che viene sbirciata nello specchio ed è lui il pittore che si autoritrae a sua volta speculare. 

Il microcosmo apparentemente chiuso di Vaccari si apre così allo sguardo degli altri. Si fa garbatamente esibizionista. E lascia con garbo penetrare l’ occhio di chi guarda l’opera finita, anzi lo invita a sbirciare, a decifrare il ritmo della pittura che sostiene la narrazione. La poesia è intuizione, la genera, talvolta la richiede.

HUMUS. Una finestra sul cortile

di Eliana Urbano Raimondi

L’ombra di un pesciolino rosso che nuota nella sua vasca, la cui superficie interna, copiosamente punteggiata d’alghe, quasi si mimetizza col circostante prato; l’inquadratura dall’alto, il punto di vista di un uomo, costante misura delle cose, che un’ideale/ipocrita natura “incontaminata” pur sempre tradisce. Un cane lupo, dalla pelliccia folta come il tappeto d’erba che lo accoglie, osservato forse dall’altezza di un balcone. L’ombra netta di un ramo biforcato, stagliata su una distesa erbosa, a ribadire la cifra marcata di una presenza che si manifesta, per quanto nascosta: criptica, desunta, dissimulata, nella percezione della profondità di campo delle inquadrature soggettive, dal piccolo formato dei dipinti.

Quasi una “finestra sul cortile”, la pittura di Alessio Vaccari, che dell’opera hitchicochiana, oltre che l’elemento finestra, ha tutto il gusto vouyeristico di un’ispezione acuta, morbosa, in lui divenuta pratica ascetica: osservazione biologica, quasi da laboratorio; visione distante, eppure invadente, microscopica – come consono alla pervicace meticolosità tecnica del puntinismo -, puntata sulle forme di vita, persino quelle più minute, intente in quotidiani atti frugali. 

Così, un uccellino che becca foglie secche e brani di buccia d’arancia – unici protagonisti di una tavola innevata – o, un altro, appoggiato al davanzale il cui fermapersiane è fiera meridiana, da insignificanti comparse, divengono inconsapevoli attori di interessanti foto/pitture di scena. 

E il gioco di due neri merli, presi dal contendersi una colorata stella filante, ci racconta come Vaccari, con la sua rivisitazione del puntinismo, non più meramente analitico ma fibrillante di luce e di vita, abbia non solo superato la concezione della natura morta ma addirittura potenziato la rappresentazione della natura, per così dire, “viva” – si pensi alle gaie, naturalistiche “pitture da giardino” del secondo stile della pittura romana (es. Villa di Livia a Prima Porta). 

E l’atto del potenziare ben si addice all’ottica transumanista, ovvero all’attenzione verso quegli strumenti a supporto e incremento delle capacità dell’uomo, che già emergeva da elementi quali occhiali o penzolanti cavi di caricabatterie, presenti nelle nature morte “postumaniste” (nel senso letterale del termine, ovvero “dopo il passaggio dell’uomo”) dell’artista, che guardavano a quelle esistenziali di Gianfranco Ferroni. 

Ecco spiegato come la generale “filoscopia” di Vaccari non sia mera attenzione per il fenomeno visivo/compositivo ma celi un significativo sottobosco, meglio un interessante Humus, fertile terreno di sperimentazione in cui – in occasione di questa mostra – proprio la terra (Lat. Humus), il prato e le forme di vita “umili” (rese ancor più tali dalle dimensioni) trovano omaggio. Così come pure l’uomo, dall’etimo vicino a humus, che sbirciamo da lontano in comunione con la Natura, come nel caso di una coppia di nudi abbracciati tra la vegetazione, o di cui avvertiamo la presenza, come si diceva, dalle tracce antropiche di oggetti, spesso inutili (alimentatori senza gli immancabili dispositivi elettronici).

Ironica, dunque, e sottilmente autoironica è la visione di Vaccari, meglio il suo punto di vista, effettivo, concettuale e poetico. Ce lo svela l’aspirazione alla libertà di un uccello fuori dalla sua gabbia, in contrasto con la sua fattuale schiavitù, frutto dell’idiosincrasia di volerne spezzare le componenti piuttosto che volare via. Proprio come in un Cantico delle Creature di uno scienziato o, forse, più propriamente, di un regista perverso, che tutto parifica, a livello di giocattolo, esattamente  come quelli minuscoli che il piccolo Vaccari soleva osservare nell’opprimente vuoto della stanza dei giochi. Vuoto che si riversa nell’a-sonorità che promana dalle sue pitture, trapunte dai segni cromatici di una ricerca ossessiva eppure pacata, come il silenzio della scena di bimbi che giocano nei pressi di un portico timpanato, da cui non pare provengano schiamazzi.

Opere